Giornate degli autori:" Agata the writer"
AGATA THE WRITER
Le pellicole scorrono e le immagini travolgono, questa la magia del cinema di Venezia che per noi si concretizza con Le giornate degli autori e queste righe sono dedicate al film “Agata the writer” scritto e diretto da Kuba Dorabialski. Protagonista una scrittrice che nel suo peregrinare in una profonda ricerca della realtà si scontra con una dimensione emotiva e con l’incapacità di confrontarsi e chiedere in modo adeguato ciò che ha significato il dolore di un vissuto subito e non voluto, evidenziando così un elemento fondamentale che oggi viene meno: interagire con sensibilità e rispetto con vittime che nel raccontare e raccontarsi rivivono dolore e violenza.
“Nel mezzo di un mese particolarmente lento, caratterizzato da un fluire costante di eventi insignificanti, Agata la scrittrice ricevette una telefonata dal suo editore, che le chiedeva se le interessasse fare la custode di una casa vuota di un amico a Sarajevo, a dicembre. -Potrebbe essere una bella occasione per scrivere-, le disse, suggerendo con gentilezza che non vedeva l’ora di leggere qualcosa di nuovo di suo, dopo che il successo del suo romanzo precedente iniziava a svanire in un passato ormai esaurito. Agata, un’ottimista riluttante, apprezzò l’incoraggiamento, ma non gradì la pressione...disse di sì”
Una scrittrice indirizzata obbligatoriamente a percorre un cammino non da lei cercato, si organizza suo malgrado e si documenta su Sarajevo, pensando il più possibile all’ambientazione di quel che sarebbe divenuto il suo nuovo romanzo, organizzando così alcune interviste tramite mail. Non resta che riempire la valigia per andare incontro a un viaggio inaspettato e lasciarsi alle spalle Sidney. L’ostilità di chi la incontrerà e quel senso di inadeguatezza che la pervade e quel senso d’imbarazzo nel porre domande personali, che non sono più solo elementi storici ma vite di persona a cui si intrecciano perdite e dolore si intensifica sempre più. Raccoglie alcune testimonianze nonostante quest’anomala situazione, rilegge i primi capitoli del suo romanzo e prende coscienza del fatto che non è più incentrato sul tema guerra, ma si abbarbica in quelle zone d’ombra e di silenzi del non detto, di quel vissuto velato che nessuno vuole scoprire. Il narrare non è fine a sé stesso, non si limita a riportare dati, ma diventa una ricerca e analisi profonda di sentimenti ed emozioni di un vissuto di cui nessuno vorrebbe essere partecipe. Guerre, genocidio, niente di più ripugnante da rivivere eppure ancora oggi questi orrori si ripetono e in tutto questo ci si chiede come delineare il confine onesto tra cronaca e creatività; non basta un ascolto aperto e accogliente emotivamente, perché ci si scontra sempre con la sofferenza di chi è vittima e protagonista sopravvissuta che rivive il dolore ogni qual volta le si chiede di parlarne, ormai come un copione da ripetere memonicamente a giornalisti e chi del settore.
Un peregrinare di parole e immagini che trasmigrano da una sofferenza all’altra lasciando come immagine conclusiva quella della città di Sarajevo, una città vittima dell’orrore , un dolore condiviso che sconfina oltre i limiti di genere e che appartengono a tutti , con ripercussioni che oltrepassano ogni restrizione e ci si chiede il perché e ci si ricorda che nonostante tutto lo scriverne e la ricerca di quel doloroso vissuto diventa una testimonianza di memoria che oltre a ricordare dovrebbe servire da monito al non ripetere stragi del genere, stragi che solo l’uomo nei suoi aspetti più abbietti può creare.
Simona Trunzo
Commenti
Posta un commento