Donne.Resistenza.Libertà.
Donne. Resistenza. Libertà.
Donne. Resistenza. Libertà. Questo il titolo del libro edito Paoline scritto da Angela Iantosca, giornalista e scrittrice, che grazie al suo impegno attraverso una serie di interviste dona al lettore le testimonianze di ventuno donne afghane, testimoni di una fuga contro il regime talebano mosse da una forza motrice che è quella della libertà.
“C’è una trama che ci unisce: il tempo e lo spazio e le donne. Una connessione che si nasconde in quel nascere femmine, in quella verità che ci appartiene, che proviene da qualche altro pianeta o da qualche altra vita, che ci lega in una lotta che parla lingue differenti e indossa abiti diversi, ma che è rivolta a uno stesso obiettivo: l’uguaglianza tra i popoli, tra la gente, tra gli esseri umani.”
Un unico filo conduttore che avvolge in un’osmosi simbiotica i destini di una, cento, mille o meglio infinite donne, vittime di violenza, discriminazione, sottomissione e con dentro di sé quel fuoco che tutto illumina e scandisce: la volontà e la libertà di affermarsi come individui indipendenti in pensiero, azioni, emozioni, libere di ogni più intima scelta e da condizionamenti e sottomissioni. Una discriminazione che copre gli occhi di chi non vuol vedere o sentire o riaffermare quei diritti insiti in ogni individuo indiscriminatamente: come un volto che si intravede lievemente nelle sue forme solo per una metà, mentre l’altra è oscurata da una maschera nera e opprimente, un volto non volto che cela la privazione di una individualità obbligata a sopprimere il sé per ciò che le è imposto. Una sottomissione sociale che priva la donna della sua libertà di espressione e pensiero, proprio come la maschera che copre un volto obbligato a non essere nell’espressione totale di sé.
“Il kabuli palaw è uno dei piatti tipici della sua terra. Uno di quelli che trovi ai matrimoni, ma che porti anche a cena dagli amici. È il piatto nazionale, simbolo di fratellanza e amicizia. Riso, agnello, verdure e poi cipolle, uvetta mandorle o pinoli e poi ancora le spezie, quelle che raccontano l’oriente: il cardamono, il cumino, il pepe nero, il coriandolo. C’è tutto l’Afghanistan in quegli ingredienti, nelle loro diverse declinazioni, nelle aggiunte e sottrazioni familiari, nell’odore che proviene dalla cucina e che fa immaginare il sapore salato dato dalla carne, quello dolce che arriva dalla frutta secca e quello piccante determinato dalle erbe aromatiche.”
Un piatto tipico ricco di ingredienti dalle caratteristiche divergenti ma che riesce ad accomunare le persone in ogni momento di gioia e incontri conviviale, fragranze e profumi che riportano alle proprie radici, radici profonde che appartengono alla propria anima e che caratterizzano l’individualità di ognuno, ma che segnano ciò che siamo nel bene e nel male. Un viaggio in un paese lontano, che poi così lontano non è, che racconta di donne, discriminazioni, violenza, soprusi e poi di tanta ribellione a tutto ciò. Il cibo è simbolo di incontro, amore , famiglia e nazione, quella stessa nazione che di appartenenza poi ne ha poco e che non sa essere generosa con i suoi abitanti, in un sistema dove la famiglia non tutela, ma è già discriminante nel suo divenire e nelle testimonianze raccolte dell’autrice Angela Iantosca che si delineano contrastanti e feroci nella loro realtà: spose bambine, famiglie in cui l’uomo decide e sceglie di sposarsi più volte e trattenere alla sua volontà tutte queste donne, l’impossibilità delle donne non solo di non potersi muovere autonomamente ma anche di poter pensare e decidere autonomamente. Donne che raggiungono nuove terre e liberatesi dal burka vivono con pudore la libertà di non nascondere il proprio volto e i propri capelli, fuggite con volontà e coraggio da un sistema avverso in cui la donna è alla merce di un sistema maschilista che tende a schiavizzarle e privarle di ogni dignità, individuale e sociale, un sistema a cui si può sfuggire solo con volontà impegno, coraggio e con la cultura, sì con l’amore di madri che di nascosto fanno sì che le proprie figlie possano imparare a leggere e scrivere, percorso fondamentale per affermare la propria individualità e dignità e uscire da quell’emarginazione dettata da una società fallimentare. Un filo conduttore che deve ricondurre in ogni parte del mondo la donna in un sistema sociale che consenta l’emancipazione individuale di genere, dettato da un pensiero libero e autonomo.
Simona Trunzo
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