Recensione:"Il mare infetto"


Un viaggio, un evento catastrofico e un punto di non ritorno, questo è solo il sipario di apertura di ciò che prospetta “Il mare infetto” di Kim Bo-Young, (traduzione dal coreano di Giulia Donati) pubblicato add edizione.

“La sala d’attesa della stazione di Cheongnyangni all’alba non era un luogo per passeggeri; sembrava più un centro d’accoglienza per senzatetto, che se ne stavano tutti rannicchiati sulle sedie, disposte come file di denti di fronte ai tornelli d’accesso, avvolti in strati e strati di vestiti e quieti come se neppure respirassero.”

Così inizia la descrizione del luogo che precede l’avvio della catastrofe, con una distesa di senzatetto raccolti nella stazione dove inizierà il viaggio del lettore e allo stesso tempo l’autrice Kim Bo-Young prospetta una descrizione di disagio e povertà che si rivela come realtà nascosta solo durante la notte e si dissipa quando riprende il turbinio di vita quotidiana della società operativa. Un treno, una zia e una bambina. Un viaggio che non rappresenta un cambiamento da luogo a luogo, ma un cambiamento che tutto stravolgerà determinato da un terremoto catastrofico.

La narrazione riprende dopo un salto spazio temporale in cui la protagonista si ritrova a combattere con mostri infetti che prima erano persone come tante, con i loro sogni e le loro speranze, mostri caratterizzati da un fetore estremo così come la loro estrema aggressività contro chi non è stato vittima del mutamento. Una sorta di rivendicazione e rabbia nei confronti di chi non ha subito lo stesso orrore. Il tutto avviene in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa sud coreana, devastato dal terremoto, causa stessa del risveglio di un morbo che trasforma i corpi delle persone. La protagonista, suo malgrado, vittima della casualità, si ritroverà confinata nel villaggio in quarantena con la sua nipotina, vittima quest’ultima della malattia. La protagonista vestirà i panni di cacciatrice di questi mostri che svincolano dai luoghi di quarantene indifferenti alle norme, per poi ricondurveli; in questo suo peregrinare scoprirà una dimensione ben più terrificante di ciò che è agli occhi di tutti.

“Ah, gli avvenimenti di quel giorno…Ogni volta che provo a rievocarli, il cuore comincia a battermi all’impazzata e le dita mi tremano tanto che diventa impossibile schiacciare i tasti. Due giorni fa mi è capitato di leggere un editoriale redatto con la collaborazione di un esperto, tanto distorto da spingersi fino a denunciare il trattamento disumano riservato agli abitanti di Haewon.”

Con abile maestria l’autrice descrive dinamiche sociali portando ai confini della sopravvivenza e di quell’istinto atavico che si manifesta inaspettato nei modi più spietati, proprio come l’infezione che si insinua non solo tra le persone ma anche nei tessuti sociali e, la trasformazione mostruosa non sarà solo estetica ma ben peggio, morale. Dilagherà l’egoismo, verrà meno il rispetto di regole e protocolli: un degrado sociale culturale che scombinerà gli equilibri a cui tutto è collegato in un equilibrio instabile e a cui tutti verranno meno. Indirettamente un aspetto sociale ben evidente nella quotidianità contemporanea: microcosmo e macrocosmo sono mantenute da un equilibrio di rispetto per tutto ciò che ci circonda, dalle persone, all’ambiente, alle cose: un castello di carte che può crollare nel momento in cui una viene meno.
La metamorfosi non solo come cambiamento fisico e morale, ma come speranza di rinascita, in un pensiero collettivo che anziché regredire scelga la strada della progressione individuale e collettiva. Quando viene meno la bellezza della vita viene meno tutto.

Simona Trunzo

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